SPOLETO

Le più antiche tracce dell’insediamento spoletino spoletino si attestano sul colle di Sant’Elia e sembrano risalire alla media età del Bronzo mentre una presenza stabile è documentata solo a partire dall’età del Bronzo recente e finale. L’abitato preromano degli Umbri, il populus antiquissimus Italiae di Plinio il Vecchio, si strutturò prevalentemente sulle pendici occidentali del colle, favorevoli per i terrazzamenti naturali e strategiche per la difesa. Al VII-VI secolo a.C. risalgono ricchi corredi di ceramiche e di bronzi pertinenti a sepolture a inumazione, talune inserite in tumuli monumentali di oltre 20 metri di diametro, rinvenute nella vasta area di necropoli localizzata nella zona di Piazza d’Armi, oltre il corso del torrente Tessino. A partire dal IV secolo a.C., le situazioni di tensione che si verificarono nell’Italia centrale con l’affacciarsi della presenza di Roma, spinsero gli abitanti a rafforzare le difese naturali del colle, con la costruzione dei primi sbarramenti in grandi blocchi irregolari di pietra eretti nei punti di possibile accesso. Nel corso del III secolo a.C. Roma assunse il controllo della regione e nel 241 a.C. fondò a Spoleto una colonia di diritto latino. La città divenne un caposaldo dell’espansione, anche grazie alla costruzione della via Flaminia nel 220 a.C., e fu interessata da importanti interventi urbanistici. Vennero realizzate imponenti opere di terrazzamento sui versanti sud e ovest del colle e l’abitato, dove possibile, si distribuì in isolati regolari ad orientamento N/S ed E/O, grazie a una maglia di assi stradali organizzata sul decumano e sul cardo massimi, ovvero il tratto urbano della via Flaminia che attraversava il foro. L’abitato, ora difeso da una cinta muraria continua a blocchi poligonali di pietra calcarea, fu dotato di una grande conduttura sotterranea che distribuiva in tutta la città l’acqua captata alle sorgenti del Cortaccione. Spoleto, divenuta municipium nel 90 a.C., vide un fiorire di opere pubbliche soprattutto a partire dall’età augustea, con la ricostruzione delle mura, la sostruzione porticata di via dello Spagna, il teatro, l’arco onorario in memoria di Druso e Germanico, il capitolium e il tempio sotto l’attuale chiesa di Sant’Ansano, il ponte Sanguinario e, intorno al foro, domus di prestigio, come la Casa Romana, dotata di un ricco apparato decorativo di mosaici e stucchi. Le aree di necropoli, documentate da numerose iscrizioni funerarie, come di consueto, vennero disposte lungo gli assi stradali che uscivano dall’area urbana.
Destinazione funeraria aveva in età romana anche l’area dove sorge la basilica di San Salvatore, a nord della città, ai piedi del “Colle Ciciano” o “Luciano” attraversato dalla via Nursina.
Tale destinazione si conservò senza soluzione di continuità sino alla tarda antichità e all’Alto medioevo quando il colle divenne un importante polo cultuale martiriale in funzione della civitas spoletina di etnia longobarda.
Nonostante il fatto che la conoscenza delle fasi tardoantiche e altomedievali della città sia ancora agli inizi, i risultati delle recentissime indagini di scavo connesse anche alle attività di recupero seguite al sisma del 1997 consentono oggi di confermare il ruolo primario svolto dalla città di Spoleto a partire dal IV secolo, connesso anche con la ripresa di importanza del ramo orientale della via Flaminia. Già nel corso dello stesso IV secolo si delinea una significativa attività edilizia di restauro degli edifici pubblici di età romana, leggibile soprattutto nel teatro e nelle grandi terme pubbliche. Tra la fine del IV e gli inizi del V secolo, le testimonianze scritte e il numero delle chiese erette fuori dell’ambito urbano testimoniano il ruolo della chiesa e la forte personalità dei vescovi di Spoleto. La città doveva avere inoltre un ruolo tutt’altro che marginale anche nel quadro dei contatti di ampio raggio: un indizio significativo in tal senso è l’arrivo a Spoleto dalla Siria, probabilmente nel terzo decennio del VI secolo, del monaco eremita Sant’Isacco, la cui presenza a Monteluco portò all’irradiarsi verso Ferentillo, Preci e in generale verso tutta la Valnerina, del fenomeno dell’eremitismo di provenienza orientale, che costituì l’humus di formazione di San Benedetto e del monachesimo occidentale. Per l’età gota Cassiodoro ricorda le opere di bonifica della pianura realizzate sotto Teodorico, la cui dimora viene tradizionalmente ubicato sulla grande terrazza del palazzo arcivescovile, pur in assenza di documentazione archeologica. La presenza gota a Spoleto determinò inoltre la trasformazione dell’anfiteatro in fortezza, ricordata da Procopio, e anche probabili interventi sul teatro romano, dei quali è indizio la dedica a Sant’Agata della chiesa costruita sopra la scena.

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